abside

    La Rocca
    L'area del Monte Ricco: evoluzione delle strutture insediative e di difesa dal VI/VII al XV/XVI secolo


      La Rocca rappresenta il più antico, il più imponente e sicuramente il più celebre complesso architettonico della città di Asolo ancor oggi esistente, tanto da essere divenuto anche il simbolo stesso della cittadina alto-trevigiana.
      La poderosa struttura si disloca ad appena un centinaio di metri in linea d'aria dal centro urbano e ingloba, con la sua caratteristica forma di poligono irregolare, la cima appuntita del Monte Ricco.
      Da tale particolare e privilegiata posizione, ad un'altezza sul livello del mare di circa 316 metri, la costruzione domina visivamente l'abitato sottostante e l'intero comprensorio geografico fino al limite dell'orizzonte verso meridione, occidente e oriente e fino al massiccio del Grappa verso settentrione.
      Le caratteristiche strutturali del manufatto presentano un'estrema semplicità: una cinta muraria formata da un nucleo interno e da un paramento a blocchi squadrati di pietra locale circonda con lati di ineguale lunghezza l'area cacuminale del colle. La cortina, dotata di merlatura, presenta un'altezza media di 15 metri e una larghezza di 2,5 per i lati nord-occidentali e di 3,5 circa per tutti gli altri. L'unico dato emergente nel regolare perimetro è costituito dall'angolo orientale, occupato da una torre con risparmio strutturale interno. La comunicazione tra l'interno e l'esterno è garantita da un'unica apertura dislocata lungo il tratto sud-orientale della cortina.
      La Rocca è raggiunta dalle mura urbiche che, dopo aver racchiuso il centro abitato con ampio circuito, salgono verso la cima del colle saldandosi ai lati occidentali della fortezza.
      Ripetutamente la Rocca ha attirato l'attenzione di storici, eruditi e studiosi, impegnati in particolar modo nel cercar di definire il periodo o il momento di primo impianto della cinta difensiva sul Monte Ricco.pianta rocca L'assenza di precisi documenti scritti a ciò relativi hanno portato gli studiosi alla formulazione di ipotesi quanto mai varie e in molti casi troppo fantasiose sul problema. I più noti cultori di storia asolana, tra i quali il Furlani, lo Scomazzetto e il Paladini nei secoli passati e più di recente il Comacchio, hanno proposto di volta in volta di vedere la Rocca come opera di popolazioni dell'età del bronzo, dei Veneti abitatori della regione durante l'età del ferro oppure come fortilizio di epoca romana. Più attenti confronti strutturali con altri manufatti analoghi e l'analisi delle vicende storiche che coinvolsero la città, hanno in altri casi fatto pensare ad una costruzione medioevale, senza tuttavia che tali idee trovassero una conferma o un ancoraggio cronologico sicuro.
      Un preciso momento di svolta nella storia degli studi sulla Rocca è venuto solo di recente, a partire dal 1984, da quando cioè l'Università di Padova intraprese sistematiche ricerche archeologiche all'interno del perimetro delle sue mura, volte a proporre, con dati quanto più possibile verificati, un'affidabile lettura storico-strutturale della Rocca e dell'area sommitale del Monte Ricco. Le indagini, completate nel 1992, hanno condotto ad una revisione totale di tutte le ipotesi fino ad oggi presentate e hanno fornito una nutrita serie di documenti archeologici che consentono ora di rileggere, in costante associazione con i documenti scritti, l'evoluzione della presenza antropica sul colle di Asolo.
      Allo stadio attuale delle ricerche, che hanno lasciato da indagare solo alcune zone molto circoscritte all'interno della cortina muraria, un dato su tutti è emerso molto chiaramente: la Rocca non costituisce né il primo né l'unico episodio di frequentazione dell'area; essa viene invece ad inserirsi, pur se con connotazioni di elemento decisivo del panorama insediativo, in una lunga sequenza di testimonianze materiali che si snoda, con differenziate tipologie di insediamento e con variabile intensità di frequentazione, dal VI al XVI secolo d. C.

      Inquadramento del sito e situazione geomorfologica

      I recenti scavi archeologici condotti su tutta l'area interna alla Rocca hanno permesso di affermare con buon margine di sicurezza, in opposizione a quanto a lungo creduto, che nei secoli anteriori al VI. d.C. non esisteva alcuna forma di insediamento stabile presso la cima del Monte Ricco.
      I pochi reperti ceramici e metallici ascrivibili alla prima età del ferro riportati alla luce durante le campagne di scavo non autorizzano assolutamente a pensare a frequentazione stabilizzata in quest'area. La loro presenza sul Monte Ricco è stata spiegata con il possibile trasporto di manufatti dall'abitato veneto più in basso verso la sommità oppure con un qualche riporto di terra da altre zone con funzione di livellamento o di sistemazione dell'area interna alla Rocca.
      Fino al VI secolo dunque il Monte Ricco doveva presentarsi come una delle molte cime collinari che con ritmica successione dal Piave fino al Muson e, ancora più ad ovest anche fino al Brenta danno forma al caratteristico cordone collinare pedemontano. Due elementi tuttavia distinguevano il Monte Ricco dalle altre alture e ne facevano sito privilegiato per le scelte locazionali di insediamento: la posizione e la morfologia. Della serie di alture che si distendono da nord-est a sud ovest la cima del Monte Ricco è infatti quella posta più ad occidente e più a meridione. Ciò naturalmente la rendeva il punto di osservazione e controllo più vantaggioso di tutto il comprensorio geografico compreso tra il Grappa e la pianura. Rilevante inoltre doveva apparire la vicinanza con l'alveo del torrente Muson, che chiude appunto ad ovest la fascia collinare e mette in stretta relazione le zone pedemontane con la pianura e, lungo il suo vecchio percorso anteriore alle opere di deviazione dei veneziani, anche con il mare.
      La seconda peculiarità dell'area sommitale del Monte Ricco è la conformazione del suolo. Dalla carta delle isoipse appare chiarissima una morfologia a cono con versanti ripidi praticamente su tutti i lati; a nord-est la linea di crinale che collega il Monte Ricco con il Poggio S.ÊMartino si apre invece per breve tratto in una tipica formazione a "terrazzo" con non rilevante pendenza.
      Luoghi quindi facilmente difendibili per la difficile e impervia morfologia della sommità ma anche pronti ad accogliere possibili forme di insediamento grazie alla particolare spazio pianeggiante che si apriva a poca distanza dalla cima.

      La prima occupazione del sito

      La prima opera dell'uomo sulla zona sommitale sembra potersi identificare in una piccola aula di culto messa in luce nel corso degli interventi archeologici in stato di parziale conservazione.
      Il piccolo edificio era orientato da nord est a sud ovest e si situava appena a pochi metri dalla cima del colle lungo il pendio occidentale che scende verso il paese.
      L'impianto della costruzione è riferibile ad un arco cronologico compreso nella seconda metà del VI secolo d.C. e il periodo di vita della piccola chiesa si può estendere, nel caso vengano accolte le stimolanti recenti interpretazioni storiche del Melchiori di cui si dirà più avanti, fin'oltre il 969, quando cioè si avrebbe la menzione dell'aula di culto come chiesa titolata a S. Salvatore in un diploma imperiale di Ottone I.
      Le indagini archeologiche hanno evidenziato nelle strutture del sacello due fasi edilizie. La prima, caratterizzata da un pavimento in cocciopesto e da pareti intonacate, è da connettere alla costruzione della chiesa.
      Questa avvenne con ogni probabilità, come si è detto, nel corso del VI secolo quando una situazione storica per molti versi incerta a causa delle ripetute incursioni di popolazioni barbare nella regione può aver indotto la comunità asolana a costruire sulla cima del Monte, in posizione quindi difesa e protetta, un piccolo edificio sacro.
      La seconda fase è riscontrabile nella pavimentazione in mosaico a decorazione fitomorfe e zoomorfe con tabella dedicatoria, sovrapposto direttamente al precedente livello di base in cocciopesto, e nelle pareti decorate a tempera policroma.
      La distruzione di parte del tessellato e di parte della tabella impedisce di conoscere con certezza a chi fosse consacrata la costruzione.
      Come si è già osservato tuttavia le argomentazioni addotte dal Melchiori fanno pensare ad una possibile identificazione della chiesetta sul Monte Ricco con il S. Salvatore del Diploma Otoniano.
      La dedicazione a questo santo, peculiare di molti ambiti sacri di epoca longobarda e la datazione del mosaico per caratteri stilistici al VII-VIII secolo fanno proporre per questo secondo momento edilizio di ristrutturazione, pur in assenza di riscontri materiali precisi, l'epoca della dominazione longobarda nella regione.
      Alle fasi di vita della chiesa è forse da collegare anche una piccola cisterna, utilizzata come struttura di servizio dell'edificio sacro per la raccolta dell'acqua piovana, e una necropoli di inumati con fosse scavate nel conglomerato. Cimitero e cisterna erano collocati a poca distanza dalla chiesa, a nord della cima del colle.
      La fasi di decadenza, crollo e parziale distruzione della chiesa vanno probabilmente poste nel corso della seconda metà del X secolo e messe in relazione con il periodo più critico e anche meno documentato della storia asolana quando il centro pedemontano venne tra l'altro privato del titolo di sede vescovile.
      Della chiesa rimane oggi solo un tratto dell'abside e una piccola porzione di pavimento interno all'abside stessa, mentre quanto rimaneva della porzione anteriore dell'edificio rivolta verso ovest, è andata distrutta per la sistemazione di una cisterna/pozzo nel corso del XIV secolo.
      Il lacerto di mosaico è stato trasferito al Museo Civico.

      La necropoli e il castrum Braide

      Il processo di decadimento e di crollo della chiesa, probabilmente non violento, trovò il suo esito finale nel riutilizzo di parte dell'area sommitale del colle con funzioni di necropoli. Sepolture di inumati, ricavate in semplici fosse poco profonde o delimitate da pietre, sono state rinvenute infatti sovrapposte agli strati di crollo e abbandono dell'edificio sacro e intorno alla cisternetta con evidenti rapporti stratigrafici che le connotavano come cronologicamente posteriori alle fasi di utilizzo dell'invaso per la raccolta idrica.
      Ad una fase successiva ai periodi di vita della chiesa sono anche da attribuire alcune strutture pertinenti ad impianti insediativi con annessi produttivi messi in luce a pochi metri dalla sommità, lungo i versanti meridionali del colle. I pochi lacerti murari conservati sembrano indicare un'articolazione di tale complesso insediativo secondo un sistema di vani affiancati e ricavati attraverso il taglio delle bancate di conglomerato per rendere frequentabili i ripidi pendii del colle. All'interno dei piccoli ambienti vi erano semplici focolari per uso domestico e i resti di quelli che sembrano essere stati due crogioli per la fusione dei metalli.
      Non esistono rapporti stratigrafici diretti tra le sepolture sovrapposte ai livelli di distruzione delle strutture altomedioevali e questi impianti insediativi e pertanto non è possibile proporre un sicuro rapporto di cronologia relativa tra loro (seppure non si possa escludere una contemporaneità).
      Necropoli di seconda fase e insediamento, grazie a prove stratigrafiche e di materiale ceramico databile, possono essere tuttavia entrambe riferite a momenti posteriori alla vita della chiesa e anteriori alla costruzione della Rocca e pertanto sono riferibili, con buona approssimazione, al periodo tra X e XII secolo.
      La presenza di questo piccolo nucleo abitativo ben si accorda con quanto per la stessa epoca ci dicono le fonti letterarie in merito all'area sommitale del Monte Ricco.
      Tale zona è ricordata nei documenti probabilmente fin dal 1076 come loco Bragida , toponimo di origine longobarda, poi passato a nome comune, che stava ad indicare le zone di campagna o periurbane.
      E' possibile pensare che tutta l'area ad oriente di Asolo, e con essa il punto forte della cima del monte, abbia assunto la definizione di zona extraurbana o "campagna" e che questa si sia successivamente conservata fino a "riemergere" nelle prime attestazioni scritte che si ritrovano nei documenti di poco posteriori al Mille.
      Successivamente al 1076 ritroviamo Braida menzionata in una bolla papale del 1184 e poi ancora in un testo del 1211 in cui viene espressamente indicata un'entità organizzata, definita come castrum Braide, distinta dall'abitato di Asolo.
      Dalla fine dell'XI secolo la documentazione scritta consente dunque di accertare un'importanza crescente di Braida, forse anche a spese della stessa Asolo, e un graduale sviluppo di questa entità finitima sul Monte Ricco che la porta a divenire significativo polo di aggregazione antropica in parallelo e in parte forse anche in alternativa al vecchio centro urbano parzialmente oscurato. Può credersi che durante l'XI e il XII secolo le due diverse comunità, di Asolo e di Braida, si stessero lentamente enucleando sotto forma di "vicinie", la prima saldamente nella mani del vescovo di Treviso e la seconda dominata da Wercio Tempesta, un avogaro del vescovo stesso che con il tempo aveva consolidato un potere assoluto a Braida e in un largo comprensorio circostante.
      E' in questo contesto storico della nascita e vita di un castrum, una sorta di villaggio fortificato, che vanno collocate e spiegate le attestazioni di una frequentazione articolata presso la sommità del Monte e soprattutto i successivi sviluppi che vedono la costruzione della Rocca.
      L'estensione del piccolo villaggio non è precisabile al di fuori dell'areale indagato. Sono fortemente "indiziate" tuttavia quelle parti del sistema collinare che si estendono poco a settentrione del punto sommitale.
      Come si è detto parlando della geomorfologia dell'area, esiste infatti lì un piccolo pianoro a forma di terrazzo naturale che possiede tutte le peculiarità atte ad accogliere forme di insediamento stabile.

      La Rocca e le fasi di vita dal XII al XV/XVI secolo

      E' ipotesi storica verosimile che verso la metà/fine del XII secolo l'accresciuta importanza assunta via via dal piccolo agglomerato e il conseguente rilevante potere detenuto nell'ambito territoriale da Wercio Tempesta, abbiano suggerito allo stesso la fortificazione con opere stabili e sicure di quello che doveva essere il cuore strategico e difensivo del castrum Braide, la summitas montis, così come viene definita nelle documentazioni scritte dell'epoca.
      Tale ipotesi è sostenuta, ed anzi suggerita, da precisi riscontri archeologici e documentari.
      Nel corso delle campagne di scavo si sono rinvenute nelle fosse di fondazione della Rocca, oltre a materiale ceramico ugualmente datato, alcune monete dei dogi veneziani Sebastiano Ziani (1172-1178) e Orio Malipiero (1178-1192) che vengono a costituire un'indiscutibile terminus post quem circa la data di costruzione della cortina muraria. Inoltre in una fonte del 1223 viene precisata la presenza, e di conseguenza attestata la costruzione, di una turris et castelario collegati al castro Braide e prossimi alla summitate montis. La Rocca quindi può essere datata con discreta precisione tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII.
      La costruzione dell'imponente cinta muraria comportò la distruzione delle strutture abitative/produttive, già forse in fase di degrado, disposte lungo le pendici meridionali del colle e il taglio di alcune sepolture più antiche che erano dislocate a settentrione della cima del colle.
      Lo stesso documento del 1223 attesta anche un altro avvenimento fondamentale: il passaggio di tutto il castrum Braide e con esso logicamente della Rocca, dal Tempesta, allora scomparso, al vescovo di Treviso che già dominava l'abitato sottostante.
      L'area orientale del comprensorio asolano ritornava così a congiungersi giuridicamente al centro urbano. In quest'ottica va letta la fonte che nomina la Rocca nel 1251 come Rocham Braide de Asylo quasi a testimoniare l'avvenuto passaggio da fortezza del villaggio di Braida a punto di vedetta e di presidio della città.
      Da questo momento la Rocca segue le sorti storiche dell'antico municipio, ora borgo medioevale, divenendone punto di primaria valenza strategica e difensiva in parallelo all'altro nucleo fortificato del Castello posto nel centro cittadino.
      Praticamente dall'epoca della sua costruzione la Rocca risulta così coinvolta con Asolo nelle turbolente vicende storiche della regione.
      Dall'iniziale possesso del Vescovo di Treviso passò in rapida successione ai da Romano, al comune di Treviso dopo la metà del XIII secolo, poi ai Veneziani con la costituzione della Podesteria nel 1339, ai Carraresi per breve periodo e infine nel 1388 definitivamente nella mani della Serenissima fino al tramonto di questa nel 1797.
      Per tutto l'arco di tempo compreso tra l'impianto e il 1510, anno che registra l'ultimo episodio bellico in cui è coinvolta la Rocca, questa ospitò una guarnigione di soldati, comandati da un capitano e preposti alla guardia, per i quali vennero attrezzate strutture di servizio nell'area intramuranea.
      Piuttosto labili e non ben definibili, perché in gran parte probabilmente distrutte dai successivi impianti e per la stessa "deperibilità" dei materiali impiegati (spesso strutture lignee), sono apparse le tracce delle prime fasi di frequentazione, quelle cioè ascrivibili al XIII secolo.
      Più evidenti e leggibili sono invece i resti materiali delle epoche successive.
      Tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo si registra infatti la costruzione di una cisterna-pozzo per la raccolta delle acque piovane che resta tutt'ora in vista mentre ancora al XIV secolo può essere riferita la sistemazione attraverso strutture murarie dell'angolo sud orientale al di sotto della torre; in questo contesto va inserita la base di un manufatto quadrangolare messa in luce a ridosso della torre e del muro di cinta e interpretata come forno da pane.
      Al XV secolo sono poi datati alcuni resti di abitazioni dislocati a ridosso del paramento interno meridionale. Essi si identificano in strutture murarie collegate a piani di vita con pavimenti in assito ligneo e focolari in laterizi.
      La fine del secolo XIV secolo vede inoltre la sanzione materiale definitiva del congiungimento tra Rocca e borgo asolano con la costruzione della cinta muraria cittadina protesa fino alla cima del Monte Ricco per saldarsi ai paramenti della Rocca.
      Gli episodi di frequentazione successivi, tra XVI e XVII secolo, appaiono scarsamente stabilizzati e riassumono precisamente un'importanza ormai decrescente del sito fortificato che anche le fonti documentarie attestano.
      Nel 1510 si registra infatti l'ultimo effimero assedio della fortezza, dopo il quale il suo valore strategico e militare, nell'ambito di un dominio veneziano che aveva allargato ben oltre il territorio asolano i suoi confini, era stato praticamente annullato.
      Il fortilizio, già affittato a nobili locali tra il 1478 e il 1504, ospitò nei primi decenni del XVII secolo un lazzaretto durante l'esplosione della peste.
      Nel 1650 si ebbe addirittura un tentativo di vendita della Rocca da parte di Venezia al nobile Giò Batta Rubini, che dimorava nell'attuale villa Rubini, il quale offrì la cifra, non peraltro elevatissima, di 320 ducati. L'operazione venne sospesa ed evitata in extremis per l'intervenuta supplica della comunità asolana, gelosa di quel manufatto che, divenuto già allora per tradizione secolare parte inscindibile della vita cittadina, ancor oggi si ammira quasi guardia e custode del piccolo borgo disteso ai suoi piedi.

      Jacopo Bonetto


    Tratto da "Atlante Storico delle Città Italiane - Asolo"
    a cura di Guido Rosada
    diretto da Francesca Bocchi
    © 1993
    Grafis Edizioni
    Via 2 giugno, 4 - 40033 Casalecchio di Reno (BO)