il maglio

    Il Maglio

    La struttura e il suo funzionamento



      Documentata a partire dal 1468, la costruzione dell'edificio del maglio si deve considerare il risultato di quella positiva congiuntura economica che fu innescata durante la seconda dominazione veneziana già verso la fine del Trecento e che perdurò in Asolo per tutto il Quattrocento.
      Il fiorire stesso di altre differenti forme artigianali (mulini, tintorie, "chioere", segherie, edifici per la follatura dei panni), nei pressi della medesima contrada del Ponte, ove il maglio è situato, è indice di stimoli e di floridezza economici presenti proprio a partire dal secolo XV.

      Come poc'anzi si diceva la costruzione risale al 1468, ma è possibile credere che la fabbrica, costituita dall'officina fabbrile a sud-est (edificio A) e dal deposito ad essa addossato a nord-est (edificio B), sia stata eretta non ex novo, bensì insista sulle fondazioni preesistenti di una più antica fucina. Per supportare tale congettura non vi sono né documenti, né tracce architettoniche evidenti che possano indicare la presenza di strutture precedenti a quella odierna. Ciononostante è importante tener conto in primo luogo che la stessa roggia artificiale accanto alla quale l'edificio del maglio fu costruito, avrebbe potuto preesistere allo stesso edificio quattrocentesco; se così fosse l'ipotesi di una precedente e più antica officina fabbrile sarebbe meglio convalidata.
      Vi è poi un ulteriore argomento che può indurre a propendere per l'esistenza di una struttura più antica: un certo rilievo Pagnano d'Asolo assunse sicuramente nel secolo XI, allorché vi è documentato un castello, ancora esistente almeno sino al 1200 inoltrato. La stessa presenza del castello è indizio non certo labile dello svolgersi di tutta una serie di attività artigianali che ruotavano attorno alla curtis del signore, proprietario del castrum di Pagnano. E in quest'ottica l'attività fabbrile era sicuramente una delle principali forme lavorative, giacché la forgiatura dei metalli era di primaria importanza non soltanto per la fabbricazione di ferramenta (utensili o parti di utensile in ferro, chiavi e serrature), bensì anche e soprattutto per la produzione di armamenti difensivi per la protezione del corpo del cavaliere, ma anche del cavallo (caschi, elmi, brunie, usberghi, corazze, scudi, ginocchiere, stincali), e offensivi (spade, lance, punte di frecce).

      Per quanto non sia dato sapere l'epoca in cui la roggia del maglio fu aperta, può essere di un certo rilievo sottolineare che i congegni idraulici conobbero ampia diffusione a partire dal secolo XI: tra l'XI e il XII secolo fu infatti compiuto un notevole progresso nella rivoluzione industriale medievale, un gran passo avanti nella meccanizzazione delle diverse industrie, a cui tenne dietro un periodo di stabilità fino a tutto il Quattrocento. La rivalutazione del lavoro dei primi secoli era fondata sull'idea che esso fosse utile agli uomini in quanto capace di condurli alla salvezza: partendo da tale concezione spirituale del lavoro, un impulso alle attività artigianali venne operato dal clero, con particolare riferimento ai monaci, i quali si possono definire i veri "pionieri" nell'impiego della forza idraulica, specie per la manovra dei magli.

      Il complesso edilizio odierno comprende due nuclei architettonici principali, chiaramente distinguibili in termini cronologici: essi sono addossati l'uno all'altro in modo da formare nell'insieme una sorta di U. La parte più antica e quella di maggior interesse storico-artistico è costituita da due corpi di fabbrica contigui, uniti ad angolo retto, disposti su piani differenti. Entrando dal ponticello nella corte interna è agevole osservare questa più vetusta struttura immediatamente sulla sinistra: frontalmente a sé solo il corpo di fabbrica, (edificio B) saldato sulla destra alla costruzione soprastante l'ampia arcata a sesto pieno (edificio C), si può con certezza ritenere coevo a quello disposto lungo la roggia (edificio A). La costruzione (edificio C) compresa invece sulla destra dei due nuclei più antichi è invece il risultato di un successivo addossamento, risalente con tutta probabilità alla seconda metà del Cinquecento, allorché il maglio fu trasformato in edificio per la follatura dei panni.
      La linea di congiunzione, che segna un intervento piu tardo, è infatti chiaramente visibile nel punto in cui i due corpi di fabbrica, quello più basso con l'ingresso al deposito del maglio e quello più alto con l'ampia arcata, sono saldati insieme.
      Spie ulteriori mettono in evidenza un ampliamento delle strutture attuato in epoca successiva a quella quattrocentesca: una di queste, certamente rilevante, è fornita dal tipo di apparecchiatura muraria con cui sono realizzati i due corpi principali. Pur essendo medesimo l'utilizzo del materiale (si tratta per lo più di pietra locale, costituita da ciottoli calcarei non lavorati) vi è un'evidente difformità nella disposizione dello stesso. La tessitura del paramento più antico si configura in maniera del tutto irregolare: i conci sono gettati alla rinfusa e connessi insieme da abbondanti strati di malta. Il paramento cinquecentesco presenta invece bozze calcaree distribuite piuttosto accuratamente, secondo corsi più regolari, raddrizzati talvolta da zeppe.

      La monofora ogivale al di sopra dell'arco richiama certamente esempi di tardo gotico quattrocentesco, visibili nel centro urbano di Asolo, tuttavia essa è solamente segno manifesto dell'adesione a modi più raffinati che possono essere interpretati come accostamento ai più complessi ed eleganti decori visibili nei bei palazzi asolani.
      La discrepanza che si può osservare tra un gusto ancora greve ed un altro più "colto', è sottolineata dalla presenza, nel medesimo contesto edilizio, di aperture di fattura semplicissima, squadrata, e di eleganti e tondeggianti oculetti tardo cinquecenteschi della zona superiore del corpo di fabbrica posto all'estrema destra: essa mette ulteriormente in evidenza il processo di evoluzione dell'architettura di tipo rurale, che andava via via adeguandosi a tipologie e a moduli decorativi più urbani. I primi sintomi di tale processo si possono tuttavia avvertire già in età quattrocentesca e nello stesso edificio del maglio: la piccola finestrella meridionale careniforme, ricalca infatti, pur in maniera stilizzata, le più ampie monofore tardo gotiche del centro asolano.
      Lo stile architettonico dei palazzi urbani, che rimanda chiaramente al lessico decorativo lagunare, fu il principale modello per un artificio che, in una fabbrica con tale destinazione, crea un contrasto del tutto particolare. La stessa apertura è sormontata con cura da una cornice che appare eccessivamente larga in proporzione alle dimensioni ridotte della presa di luce: è possibile credere che la mancanza di coerenza tra un'apertura troppo piccola e la larghezza del bordo non sia che il risultato del tentativo non riuscito da parte dell'artefice di creare una superficie omogenea, adeguando le misure di questa cornice a quella della monofora più ampia, alla quale la prima è affiancata.
      Sull'apice della facciata si trova un bassorilievo riproducente un'incudine stilizzata; poco più in basso, in angolo, sulla destra, si scorge la già menzionata iscrizione con la data 1468 ripetutamente incisa. In realtà il testo epigrafico presente non attiene solo alla data, ma anche al mese e al giorno.
      Come accennavo prima, l'anno 1468 è ripreso ben due volte, una prima superiormente, una seconda inferiormente sulla pietra: accanto alla data superiore si scorgono altri segni malamente leggibili, i quali tuttavia lasciano intuire che si tratta di un 10 romano (X) a cui manca il tratto superiore sinistro e di un 2 sempre romano (II); un po' più scostati stanno un 1 e un 7 in caratteri questa volta arabi (17). La costruzione attuale sembra cioè essere stata fondata nell'anno 1468, nel mese di dicembre (XII), nel giorno 17.

      Passiamo ora all'interno dell'edificio più antico.
      L'accesso si trova nel corpo di fabbrica nord-est (edificio B) e conserva una foggia rigorosamente schematica e semplificata, con uno stipite lapideo. La sala si presenta oggi in modo difforme dalla sua originaria distribuzione, in quanto la scala lignea esistente, risultato dei recentissimi restauri, certamente non era compresa nella divisione dei piani: questo primo fabbricato era di certo articolato su due livelli, ma tra essi non vi era alcun sistema di comunicazione, almeno non secondo l'impianto che attualmente si vede. Il piano terra era infatti adibito a deposito di materiale metallico per l'officina fabbrile seminterrata (edificio A), con la quale questo piano era collegato mediante i gradini posti sul fondo della stanza. Alzando lo sguardo verso la parete sinistra sarà agevole scorgere la chiarissima traccia di un'antica porta tamponata, affiancata da una nicchietta per l'appoggio del lume. Immediatamente al di sotto della porta il muro presenta su tutta la lunghezza della parete una sporgenza di qualche centimetro: tale evidenza muraria rappresenta il punto esatto in cui aveva inizio l'impalcato ligneo che suddivideva tutto il vano inferiore da quello superiore.

      Il primo piano del corpo di fabbrica col deposito comunicava internamente con il primo piano della casa del maglio (edificio A) per mezzo della stessa porta tamponata e di un corridoio, mentre esternamente aveva un accesso indipendente dato dalla scala posta in angolo a sinistra, tra i due corpi di fabbrica quattrocenteschi: anche se in tal modo i piani superiori rimanevano del tutto svincolati da quelli inferiori, è possibile credere che una scala lignea assicurasse dall'interno e attraverso il solaio del corpo di fabbrica B, il passaggio tra un piano e l'altro.
      La presenza della porta interna (quella tamponata) è rilevante in quanto comporta la netta separazione, sempre su di un medesimo piano, di due locali destinati con molta probabilità il primo (quello dell'edificio B) a "dormitorio, il secondo (quello dell'edificio A) alla sala che doveva essere la più rappresentativa di tutta la casa, ossia la cucina. L'importanza di quest'ultima stanza è infatti sottolineata dalla decorazione che un tempo correva su tutte le pareti, come mostrano le evidentissime tracce delle picchiettature e dell'intonaco sul quale era steso il ciclo pittorico, oggi completamente perduto.

      Passiamo ora all'officina fabbrile. Collocata al piano seminterrato dell'edificio A, pur'essa manteneva un suo ingresso esterno del tutto indipendente dal restante nucleo quattrocentesco: l'accesso, ad arco a pieno centro in pietra calcarea, si trova ancor oggi sulla facciata meridionale; una volta entrati si è avvolti da un'oscurità incredibilmente suggestiva che riconduce all'indietro nel tempo, quando la fucina era ancora attiva.
      Le pareti e il pavimento sono oggi come allora ancora annerite dal fumo del fuoco utilizzato per l'arrostimento dei minerali e per la fusione degli stessi, al fine di ottenere il metallo vero e proprio.

      Solitamente le antiche fucine erano infatti costituite da due forni, l'uno per l'arrostimento dei minerali appunto, l'altro fusorio e da una forgia da fabbro. E' necessario sottolineare che la varietà dei forni per la fusione dei metalli è vastissima per quanto riguarda la loro forma.
      La forgia da fabbro munita di mantici era però la più adattabile e la più diffusa, in quanto, con pochi mattoni per sostenere il crogiuolo, essa era sufficiente per la fusione di quasi tutti i metalli. Per la fusione di quantitativi di metallo alquanto superiori a quelli che potevano essere contenuti in un crogiuolo, si usavano le siviere, recipienti rivestiti di pietra refrattaria; allorché il metallo era pronto per essere colato, il combustibile veniva rimosso e la siviera trasportata presso la forma. Misure maggiori di metallo venivano fuse in suole semisferiche fisse, nelle quali la materia prima e il combustibile venivano accatastati insieme. Esse erano alimentate con mantici ed erano congegnate in modo che il metallo venisse raccolto nella parte inferiore attraverso un foro e un canale di colata, oppure direttamente in una forma o in una siviera. Questo tipo di forno poteva essere costruito in qualsiasi misura e divenne una specie di piccolo cubilotto semipermanente.

      Nel caso del maglio asolano la situazione attuale lascia scarsissime tracce della fucina quattrocentesca, tuttavia esse sono sufficienti per permettere una ricostruzione attendibile del suo originario impianto.
      Anzitutto si trattava di una fucina per la fusione del ferro, ove il forno doveva essere di un tipo piuttosto funzionale e semplice: lasciando da parte la struttura del camino di recente costruzione che attualmente si osserva nell'officina, si noterà invece che subito al di sotto del piano, a destra e a sinistra, vi sono due antiche strutture in mattoni refrattari disposti a semicerchio.
      La loro sistemazione semisferica parrebbe corrispondere al tipo di forno a cui poc'anzi s'accennava, costituito da due crogiuoli semisferici, l'uno per l'arrostimento, l'altro per la fusione vera e propria del metallo, probabilmente inglobati in un'unica struttura cubica. Non essendoci tracce dei canali di colata è possibile che venissero utilizzate le siviere per la raccolta del metallo fuso. Solitamente i minerali richiedevano la rimozione preliminare della matrice mediante frantumazione e lavaggio.
      Nel secolo XV tale operazione era eseguita del tutto meccanicamente: per la maggior parte i minerali venivano prima arrostiti con legna verde e quindi immersi in acqua, la quale scioglieva una parte dei composti di zolfo e rame. Nel focolare di blumiera, che è il tipo di focolare più antico in cui si riconosce questo quattrocentesco, il minerale ferroso, dapprima mescolato con carbone di legna e poi ricoperto con altro combustibile, era trattenuto da pietre disposte in cerchio; i mantici venivano diretti verso il centro della suola e il blumo che se ne otteneva veniva quindi riscaldato su un'altra suola simile alla precedente e liberato dalla scoria a colpi di maglio, sino ad essere ridotto a una massa compatta, operazione questa che, per ottenere l'espulsione di tutta la scoria, doveva essere ripetuta più volte.

      Nel'edificio del maglio asolano la doppia coppia di mantici che producevano la corrente d'aria necessaria per la combustione, era posta al di là di quella bocca arcuata che vediamo tamponata sulla parete di fondo del camino attuale. Esternamente, lo spazio limitato, chiuso dal muro che noi oggi osserviamo in corrispondenza dell'arcata in questione, doveva essere la stanza, un tempo coperta, che ospitava i quattro mantici azionati manualmente. Infatti l'energia idraulica era utilizzata per azionare solamente il maglio.
      L'introduzione di un sistema meccanico più avanzato, per incamerare l'aria utile alla combustione, fu introdotto solo a partire dal secolo XVI: la cosiddetta "tromba idroeolica" (detta anche "botte idroeolica"), aspiratore ad acqua che alimentava una camera d'aria chiusa, dalla quale l'aria veniva espulsa e convogliata, mediante un tubo, alla tuyère, che soffiava all'interno del forno, si annovera verso la metà del Cinquecento. La tromba ancora visibile all'interno dell'invaso idrico, permette di stabilire che il sistema quattrocentesco a mantici per l'introduzione dell'aria nella fucina fu in seguito sostituito (XVII-XVIII secolo) da un altro più funzionale, alimentato ad aria.

      Il maglio che noi oggi possiamo osservare è del tipo a leva e tale fu sicuramente sin dall'origine, essendo questo il tipo più semplice e più antico. Il comando è dato da una corona di camme in metallo (ancor'oggi in posto), fissa a un albero motore in rotazione: le camme agiscono nel nostro caso sul prolungamento della leva dietro l'asse di rotazione. I due perni utilizzati per mantenere la staticità dell'albero al quale è infisso il martello, sono costituiti da due grossissimi ceppi, uno dei quali è ancora in loco. Il maglio batteva sull'incudine, che rimaneva pertanto in posizione frontale al maglio stesso.
      La seconda ruota mossa dal flusso delle rogge forniva l'energia rotante per azionare all'interno dell'edificio la mola utilizzata per affilare le lame metalliche di utensili e strumenti agricoli.
      Nell'officina fabbrile rimangono ancora le tre leve delle paratie, poste nella roggia, per il comando del flusso idrico verso le ruote e verso la tromba idroeolica.

      In sintesi l'analisi topografica e architettonico-funzionale del Maglio di Pagnano documenta come l'eccezionale stato di conservazione di questo edificio, opportunamente sottoposto a ripristino conservativo, consenta di disporre di una delle componenti fondamentali della storia economica di Asolo e del suo comprensorio.
      La sua sopravvivenza nella sede originaria, che già accoglieva in passato le più importanti attività artigianali e "industriali" di Asolo, permette infatti prima di tutto di valutare a fondo l'importanza primaria per i processi produttivi del comparto pedecollinare dove il Muson, l'Erega e vari percorsi comprensoriali convergevano in un unico punto di snodo.
      Ma ancora di fondamentale valore si rivelano gli aspetti strutturali e tecnici dell'edificio che, praticamente inalterati dal 1400 ad oggi, permettono di chiarire tipologie costruttive dell'epoca, particolari processi della produzione e forme di vita economica quasi ovunque in altri siti cancellate.

      Il Maglio rappresenta in conclusione un patrimonio di conoscenze storiche ed archeologiche basilari per la storia di Asolo, ma da considerare potenzialmente utili anche per studi allargati su simili edifici un tempo assai diffusi nel Pedemonte.

      Monica Merotto Ghedini