la bot

    La "Bot"
    L'acquedotto romano in cunicolo ed il "Centro Documentazione"


      Prima di Roma

      Le fonti "Tintina" e "Francia", ubicate a nord dell'abitato, oltre il Colmarion, sono due punti d'acqua perenne, seppur con consistenti variazioni di portata stagionale.

      La relativa abbondanza d'acqua somministrata dalle due sorgenti, che distano fra loro poche centinaia di metri, e la loro ubicazione ad una quota assai rilevata rispetto alle altre emergenze d'acqua dei Colli Asolani sono fattori ambientali che forse hanno concorso a determinare la scelta delle falde sud occidentali del sistema Montericco-Colmarion come sede del primo villaggio protostorico (X-IX sec. a. C.).
      In effetti, nonostante la scarsità di ritrovamenti scientificamente verificati che caratterizza ad Asolo il periodo preromano, è possibile ritenere che l'approvvigionamento idrico della popolazione si basasse allora essenzialmente sullo sfruttamento delle due sorgenti e su pozzi profondi che raggiungevano le vene d'acqua sotterranee (uno di questi pozzi, di età preromana, ma non meglio precisabile, è ancor'oggi visibile in Piazza A.Brugnoli).

      La "Bot": una infrastruttura al servizio dell'Impero

      In periodo romano, segnatamente fra I sec. a.C. e I sec. d.C., l'antico villaggio dei Veneti assurge a centro amministrativo ed economico di notevole importanza: vi fa capo una suddivisione agrario-territoriale (centuriazione) che confina direttamente con altri importanti territori centuriati: Padova a sud, Treviso a est, Cittadella-Bassano a ovest; è capolinea di una strada, l'Aurelia, che lo collega direttamente a Padova: il centro pedemontano, il cui nome suona latinamente Acelum, è infatti collettore di gran parte della produzione laniera dei territori settentrionali (Massiccio del Grappa e Feltrino), che fornisce la materia prima alle importantissime manifatture patavine. Il municipium viene dotato così di tutti i segni monumentali del proprio rango, fra i quali sono stati scavati e documentati il teatro, una piazza pubblica, le terme e l'acquedotto che le serviva.
      bot 1 Quest'ultimo monumento, i cui resti sono ancor oggi noti ad Asolo con il nome di "Bot" - un nome che affonda le radici nel passato più antico della nostra lingua, che ha numerosi esempi di confronto in Italia e che significa "condotto d'acqua sotterraneo" - è un manufatto tecnicamente molto avanzato.
      In origine il percorso dell'acquedotto iniziava in corrispondenza della Fonte Tintina, correndo in tubazioni di piombo (fistulae) fino al punto in cui, probabilmente, era situata una vasca di raccolta/depurazione che filtrava le acque da immettere nella galleria (la "Bot" vera e propria); questa permetteva di superare in sotterraneo il rilievo che chiude a nord il centro cittadino. Nei pressi della vasca, a m 450 ca. dall'origine dell'acquedotto, veniva raccolta anche la sorgente Francia.
      La galleria attraversava la costa nord occidentale del Montericco ad una profondità media di 15/20 metri, con un percorso volutamente sinuoso volto ad allargare al massimo il bacino di raccolta delle acque filtranti attraverso il terreno. Interessa con il proprio tracciato matrici geologiche diverse, cui viene adattata di volta in volta la tecnica di foderatura interna: gli antichi costruttori erano infatti ben consci che il variare delle componenti geologiche, che nel Montericco sono costituite da una serie di vene di argille e di conglomerati di composizione e resistenza alquanto diversificate, comportava un adeguamento delle caratteristiche strutturali del cunicolo.
      bot 2 Nel breve volgere di 150 metri troviamo così rappresentate quattro tipologie di rivestimento interno della galleria (a: rivestimento totale del cunicolo con elementi in pietra prefabbricati; b: rivestimento della sola volta del cunicolo con elementi in pietra prefabbricati; c: rivestimento globale del cunicolo con mattoni e copertura a falsa volta; d: rivestimento globale del cunicolo in mattoni e copertura a volta a botte); tre di queste soluzioni costruttive sono da considerarsi molto rare, benché rappresentate in altri monumenti romani dell'Italia.
      Questa ricchezza di soluzioni, che non è certamente dovuta ad una ricerca del vario da parte dei costruttori - fra l'altro la galleria era destinata ad essere visitata solo dagli addetti alla manutenzione - testimonia eloquentemente le caratteristiche di mutevolezza e anche di pericolosità dell'ambiente geologico in cui essi si trovarono ad operare. Ogni cambiamento di struttura del manufatto corrisponde infatti ad un cambiamento delle caratteristiche geologiche del terreno attraversato, dalla roccia più compatta nella porzione settentrionale della galleria alle argille debolmente coerenti e in movimento nella parte terminale. bot 3Quest'ultimo tratto reca anzi i segni di un evento altamente drammatico: al momento di levare le centine lignee che sorreggevano la nuova costruzione la volta iniziò a cedere sotto la spinta delle masse di terreno circostanti. In quei momenti, che immaginiamo terribili nell'oscurità e nelle proporzioni ristrette del cunicolo, fra il vociare degli uomini atterriti dall'imminente catastrofe, fu trovata e attuata una soluzione nel contempo semplice e geniale: fu rapidamente costruito una nuova parete, un muro di sostegno che sorreggesse la volta pericolante della galleria: l'ampiezza ne fu così dimezzata, ma l'opera fu salva.
      Il sistema idraulico romano faceva capo alle terme pubbliche, da dove probabilmente partiva un'ulteriore rete di distribuzione per gli altri punti nodali del centro cittadino, rete che purtroppo non siamo assolutamente in grado oggi di ricostruire.
      Rimasto in funzione per secoli e probabilmente interessato da restauri alla parte terminale dopo l'incendio che nel II sec. d.C. distrusse le terme (come ci ricorda la lapide di Publio Acilio oggi murata sulla facciata della Casa Canonica), il sistema di acquedotto romano esaurì la sua funzione con il mutare delle esigenze e delle possibilità del centro tardoantico-altomedioevale; verosimilmente subì anche danni nell'area interessata dai franamenti del Montericco.
      bot 4 L'assenza di ogni manutenzione e, soprattutto, l'insediamento stabile sull'area delle terme (il medioevale Borgo Allocco, che fino al 1877 sorgeva dove ora è Piazza Brugnoli) determinarono il suo completo abbandono.

      I "Secoli Bui" e Venezia

      Per molto tempo il piccolo centro medioevale, molto più povero e molto meno esteso della città romana, tornò ad utilizzare i pozzi come unica riserva idrica.
      Solo quando Venezia si insignorì stabilmente di Asolo (fine del XIV - inizi del XV secolo) e ne fece il fulcro dell'amministrazione di zona si rifece sentire la necessità di dotazioni idriche più certe e comode, che accanto alle nuove istituzioni (podesteria, pretura, ospedale) fossero degne del rango che il centro pedemontano tornava a rivestire.
      Si ristrutturò allora tutta la rete idraulica, recuperando parte del manufatto romano con la costruzione di una nuova galleria di servizio sovrapposta all'antica: la "Cava delle Monache". La galleria romana venne adibita a cisterna, interagente col nuovo sistema attraverso un serbatoio di raccolta e di raccordo, mentre l'acqua delle sorgenti veniva deviata con tubazioni fittili in una nuova galleria costruita più ad occidente e sottopassante le mura in linea retta. Attraverso il "Gattolo" (così i documenti chiamano la nuova opera) l'acqua arrivava - e arriva ancor oggi - fino alla bella fontana di piazza, su cui significativamente troneggia il Leone di San Marco.
      I segni di questi interventi medioevali e delle successive manutenzioni del XVI-XVIII secolo sono tuttora ben visibili nel sistema di gallerie: pozzetti aperti sulla volta dell'antica condotta per potervi accedere; tratti ricoperti con sistemazioni più sbrigative delle originarie, ma non per questo meno efficienti; date, scritte e sigle di soprastanti e mastri muratori tracciate col fumo delle candele o con carboni sulle pareti e sulla volta del cunicolo.

      L'Ottocento, il primo Novecento e oggi

      Il Secolo dei Lumi aveva visto la riscoperta del valore archeologico dell'antico acquedotto, principalmente ad opera di Gasparo Furlani e Jacopo Riccati, il quale forse ispirò agli Asolani l'idea di segnalare con una iscrizione, oggi quasi illeggibile, l'ingresso alla "Bot".
      L'Ottocento vide invece uno dei più imponenti tentativi di ripristinare completamente l'opera antica. Infatti fra il 1833 e il 1836 - in pieno periodo asburgico - si tentò la riattivazione della galleria romana, nella convinzione di aumentare così l'apporto d'acqua alla città (si partiva infatti dal presupposto che gran parte dell'acqua che si raccoglieva nella "Bot" fosse frutto di stillicidio e che andasse perduta). Si espurgò così dai materiali che vi si erano raccolti nei secoli il tratto meridionale del tunnel, con interventi di restauro del canale terminale che fu congiunto alla fontana con una canaletta sotterranea.
      Risultato complessivamente poco utile, se non controproducente, il nuovo ramo fu tagliato ripristinando in pieno il sistema medioevale.
      I progettisti di questi lavori lasciarono però importantissime ed esatte documentazioni della loro opera e dello stato in cui avevano trovato l'acquedotto prima dell'intervento; fra queste documentazioni spiccano per interesse i rilievi di parti oggi scomparse.
      Se pur conservava sempre intatta la sua configurazione di infrastruttura, con il Settecento l'acquedotto era però entrato ormai nel novero delle "antichità" da tutelare e da tramandare ai posteri.
      Così fra la fine dell'Ottocento, quando il farmacista-archeologo Pacifico Scomazzetto lo visitò a più riprese (pur non dedicando grande tempo alla divulgazione delle sue osservazioni, attratto com'era dallo scavo delle terme e del teatro), e i primi anni del Novecento, quando Léon Gurekian si dedicò con costanza a compiere misurazioni e rilievi, nei quali è da sottolineare il pionieristico utilizzo della fotografia, si nota una ripresa di interesse "scientifico" per la "Bot".
      Nonostante gli sforzi e la passione del Gurekian, cui va ascritto il merito di aver fatto porre il vincolo sulla "Bot", vera e propria presa d'atto ufficiale dell'esistenza del monumento, nel periodo fra le due guerre, per altri versi così proteso alla magnificazione della "romanità" in tutte le sue manifestazioni, non vi fu "riscontro" accademico alle sollecitazioni dei circoli intellettuali locali. Questo atteggiamento del resto può essere comprensibile: solo recentemente e con fatica le infrastrutture, gli insediamenti poveri, i "cocci" come documento e non come "opera d'arte" hanno assunto valore agli occhi degli archeologi; è chiaro che un manufatto adibito "solamente" alla funzione di approvvigionare d'acqua la città e per giunta sotterraneo, privo cioè di quelle grandi arcate che siamo abituati automaticamente ad associare all'idea di "acquedotto romano", non poteva attirare gli sguardi del mondo scientifico. Del resto questa è stata ed è tuttora la sorte di moltissime grandi realizzazioni romane del genere, talora rinomate anche presso gli antichi.

      Niente di strano allora se solo verso la fine degli anni '80 l'Università di Padova inizia ad interessarsi al monumento, nel quadro della "riscoperta" delle antichità asolane condotta allora dal suo Istituto di Archeologia.
      A poco a poco la "Bot" ha dischiuso quelli che possiamo senza retorica definire tesori: tesori di conoscenza, dati di valore inestimabile per la comprensione delle antiche tecniche, per una più esatta valutazione della capacità e dell'intelligenza degli antichi.
      La relativa brevità del percorso in galleria - la "Bot" si pone fra i più corti acquedotti del mondo romano - cui fa da contrappeso l'estrema diversificazione dei problemi affrontati e delle soluzioni adottate dai costruttori, hanno fatto e fanno del monumento asolano un laboratorio storico-archeologico privilegiato, in cui si possono studiare in dettaglio e senza grave dispendio di energia soluzioni riscontrabili in monumenti di ben più ampia mole.
      Il confronto fra la "Bot" e i vari altri acquedotti conservati fa emergere continuamente ulteriori spunti, ulteriori dati: una vera "miniera"!
      Come sempre accade però, la medaglia ha un suo poco piacevole rovescio.
      L'ampliamento medioevale del sistema di gallerie intercettò le medesime situazioni geologiche già incontrate dai Romani; gli artefici della "Cava delle Monache" non tennero purtroppo nella dovuta considerazione il pericolo rappresentato dalla perforazione di una delle vene di argille interessate dallo scavo. Si verificarono dei crolli e dapprima i danni dovettero sembrare lievi.
      Ma con il passaggio degli anni quei piccoli reiterati crolli hanno portato al crearsi di una cavità di ampiezza tre volte maggiore dell'originale galleria: si sa, la goccia scava la pietra! E ora il monumento minaccia di subire danni anche più gravi, perché probabilmente si è ormai giunti al limite di rottura del diaframma di terreno che separa la "Cava" dalla superficie esterna, sulla quale fra l'altro, a rincarare la dose, si trova il pregevole monastero dei SS. Pietro e Paolo o di S. Luigi, del XVII secolo.
      Recentemente (febbraio-marzo 1995) volontari del Catasto Nazionale Cavità Artificiali/Veneto della Società Speleologica Italiana, con sede a Treviso, con la supervisione della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici per il Veneto Orientale e la collaborazione del Comune, hanno rimosso completamente i detriti e il fango accumulatisi nella galleria.
      L'operazione aveva il principale obiettivo di rendere possibile una corretta valutazione dello "stato di salute" del manufatto, che in precedenza era già stato oggetto di perizia geologica, preliminarmente al necessario varo di un progetto di risanamento della staticità della galleria superiore.
      Nella convinzione che la "Bot" o meglio tutto il sistema di acquedotto romano/medioevale di Asolo sia un patrimonio di grande valore, non solo in senso locale, si sono attuati così i primi passi verso il traguardo della fruibilità e della fruizione del monumento per il pubblico più largo.

    Italo Riera